Il medioevo in pericolo nella campagna di Roccastrada

Montemassi, Sassoforte e la cripta di Giugnano Quando l'incuria trionfa sulla storia

Nel Palazzo Pubblico di Siena c’è un affresco che chi proviene dalla Maremma non può che guardare con un misto di rammarico e ammirazione: si tratta del celeberrimo “Guidoriccio da Fogliano all’assedio di Montemassi” che, attribuito a Simone Martini, raffigura il capitano di ventura, assoldato dai senesi, mentre va all’attacco del castello che oggi è nel territorio del Comune di Roccastrada sancendo la diretta egemonia di Siena sulla Maremma. Il castello di Montemassi non è l’unico raffigurato nell’affresco*. Infatti, proprio dietro alla figura imponente del condottiero originario del circondario di Reggio Emilia, c’è il famoso battifolle . Il castello di Sassoforte, non ritratto nell’affresco, condivide con il castello di Montemassi un destino di decadenza e di abbandono. Fuori dall’affresco, ma geograficamente tra Montemassi e Sassoforte, c’è anche la cripta dell’antica abbazia di Giugnano dedicata a San Salvatore. E anche lì le cose non vanno molto bene.

Dopo la chiusura dell’ultima miniera della zona, quella di Campiano nel comune di Montieri, l’Alta Maremma grossetana si è trovata con un patrimonio di miniere, fabbriche e resti medievali che non avevano una collocazione precisa nel tessuto economico e culturale del territorio, avviato verso un’economia a trazione agricola e turistica. L’idea degli amministratori delle Colline Metallifere fu quella di aprire un parco che preservasse e valorizzasse – anche, se non soprattutto, a fini turistici – il patrimonio storico minerario. In fondo, Gianni De Michelis aveva detto, a metà degli anni ’80, che la cultura è il petrolio dell’Italia e che, conseguentemente, va sfruttata. Infatti, nel 2002, il Ministero dell’Ambiente istituì il Parco tecnologico e archeologico delle Colline Metallifere. Il punto era, però, come metterne a sistema il patrimonio.

*In precedenza avevamo scritto che nell’affresco di Guidoriccio c’era anche il Castello di Sassoforte. Grazie alla preziosa segnalazione di Roberto Farinelli, archeologo dell’Università di Siena, abbiamo scoperto che quello che identificavamo come il il Castello di Sassoforte altro non era che il battifolle usato per assediare Montemassi. 

La cultura è il petrolio dell'Italia, va sfruttata Gianni de Michelis - The New York Times, 21 dicembre 1986

E’ per questo che, nel 2009, è stato pubblicato un Masterplan che prevedeva tutta una serie di interventi sui vari siti del parco. Il problema è che gli accademici di Siena e Firenze, redattori del Masterplan, chiesero esplicitamente che i 34 siti individuati dal Decreto Ministeriale istitutivo del Parco diventassero 88 e che tra le attività da svolgere ci fossero alcune campagne di scavo di archeologia medievale da svolgere su alcuni siti tra cui Giugnano e Sassoforte, mentre per Montemassi si ipotizzava un intervento di valorizzazione più articolato. “Al tempo – ricorda Massimo Preite, professore associato di Architettura all’Università di Firenze e coautore del Masterplan – svolgemmo molte ricerche sul campo. E’ per questo che abbiamo inserito molti beni che nel decreto ministeriale non c’erano.”

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Il Masterplan del Parco delle Colline Metallifere

Il Ministero, però, non ha modificato il numero di siti coinvolti dal parco arrivando alla situazione di oggi. “Il Masterplan – dice Marcello Giuntini, fino al 2014 presidente del Parco e ora sindaco di Massa Marittima – era fondamentalmente una linea di indirizzo. Il Decreto Ministeriale non fu modificato, confermando i 34 siti originali anche perché non c’erano le risorse per farlo: già oggi il parco ha affrontato dei tagli consistenti ai quali si è fatto fronte grazie ai risparmi fatti durante la presidenza di Hubert Corsi, il mio predecessore”.

Già, le risorse, il vero nodo da sciogliere anche per Giugnano, Sassoforte e Montemassi. “La crisi c’è – dice Carlo Citter, archeologo dell’Università di Siena responsabile degli scavi di Sassoforte – e io, da padre, non mi sento di condannare un comune che preferisce finanziare la mensa scolastica invece di una campagna di scavi su un sito medievale”.

L'abbazia di Giugnano abbandonata a se stessa Posta su un terreno privato, è stata dimenticata da Comune e Soprintendenza

Per accedere alla cripta di Giugnano bisogna scendere una piccola scala a pioli appoggiata lì chissà quando. Sul pavimento ci sono impronte di animali, tracce di crolli e pietre abbandonate per terra che conducono verso quello che – anticamente – doveva essere l’accesso principale. Ora, l’accesso principale è un’impraticabile discesa piena di terra e di foglie morte.

Eppure, la perizia con cui furono scolpiti i capitelli della cripta racconta di un luogo fondamentale, per la zona. Prima che nascessero i liberi comuni, quest’abbazia aveva possedimenti che arrivavano fino a Grosseto. Non solo, i monaci benedettini di questa abbazia sfruttavano un vicino giacimento di ematite. Entrata nell’orbita di San Galgano, l’abbazia di Giugnano, dedicata a San Salvatore, ha perso importanza fino a passare sotto la cura dei monaci agostiniani prima di finire nell’oblio.

A pochi passi dalla cripta, c’è la “sala gotica”, i resti di un’aula trecentesca con una finestra chiusa da un arco ogivale. Gli archeologi non sanno di cosa si tratti. Tuttavia, le splendide mura, alte e grigie, sono minacciate dalla vegetazione, dalle radici degli alberi che crescono in questa zona. Lo spazio è reso pericoloso da un ramo spezzato che minaccia di schiacciare chi voglia avventurarsi in zona.

“Gli ultimi restauri risalgono al 1975”, ricorda Mario Amerini, ex ingengenere comunale di Roccastrada. Come riporta un documento del Comune, al tempo non furono fatte ricerche archeologiche. Non solo, addirittura, secondo quanto sostiene l’Ingegner Amerini, il restauro ha compromesso la tenuta statica della cripta lesionando anche una delle colonne.

“Praticamente – racconta Amerini – è stata costruita una cappa di cemento armato che non appoggia su tutti i lati all’esterno della cripta. Anzi – continua – in un punto, addirittura, la cappa di cemento appoggia direttamente sulla volta della cripta mettendone a rischio la staticità. E’ per questo che, al momento, è molto pericoloso avventurarsi là sotto”.

La cripta è stata inserita nel Masterplan del Parco delle Colline Metallifere. Nel piano, però, non erano previsti effettive iniziative di valorizzazione. “Nulla vieta, per questo, come per altri siti – dice Luisa Dallai, archeologa dell’Università di Siena che ha collaborato alla stesura del Masterplan – di fare progetti di valorizzazione successivi che, senza dubbio, sarebbero molto importanti”.

Intanto, però, mentre i progetti di valorizzazione ancora latitano, sulla strada per Roccastrada sono stati messi dei cartelli che segnalano l’esistenza della cripta e, ogni tanto, vengono organizzate delle uscite fotografiche per andare ad immortalarla, in tutta la sua decadenza. Eppure, la situazione sembra bloccata in uno stallo che non si riesce a risolvere.

La cripta, e l’adiacente “sala gotica”, per quanto sotto tutela pubblica, sono su un terreno privato. La soprintendenza ha recintato il tutto ai tempi dei restauri del 1975, ma il problema è oggi: i proprietari dei terreni hanno paura di essere il capro espiatorio (soprattutto da un punto di vista finanziario) di una vicenda che li vede come dei parafulmine. L’amministrazione comunale, però, si chiede a chi gioverebbe una riqualificazione. “Una volta fatta, potremmo vendere dei biglietti d’ingresso – dice Emiliano Rabazzi, assessore alla Cultura del Comune di Roccastrada – come verrà diviso l’incasso tra il proprietario del terreno e il amministrazione comunale?”

Secondo l’ingegner Amerini, ad occuparsi della cripta dovrebbe essere la Soprintendenza e, comunque, la pubblica. “Una decina di anni fa – racconta – il Comune progettò un piano di restauro che, però, non fu mai finanziato”. Una decina di anni dopo e, nonostante la campagna social lanciata dalla pagina Facebook “C’era una volta Roccastrada” la situazione sembra essere ferma al punto di partenza, nella speranza che la cripta non crolli da un momento all’altro.

Sassoforte, una rovina tra i castagni Dopo gli scavi archeologici manca un progetto di valorizzazione

Il castello di Sassoforte è difficile da raggiungere. Bisogna incamminarsi su un sentiero tracciato, in alcuni punti, solo dai segnali bianchi e rossi che aiutano chi fa trekking ad orientarsi. A novembre, il bosco del monte di Sassoforte è magico: il rosso delle foglie morte di castagno che invadono il sentiero e la nebbia creano un’atmosfera senza tempo. Salendo, passo dopo passo, si capisce anche la ragione della toponomastica del luogo: ovunque, pietre enormi, forti. Un materiale di prima qualità che, nel medioevo, assicurava una protezione assoluta contro nemici forti, subdoli e determinati. Arrivati in cima, una piccola targa di legno ricorda che è qui che è stato costruito il castello. Basta alzare lo sguardo e si vedono i resti dell’antico maniero.

La prima testimonianza scritta di questo castello risale al 1075/1076. Secondo la documentazione, il castello apparteneva agli Adobrandeschi. Da sempre in orbita senese, fu terreno di scontro tra guelfi e ghibellini dopo la morte dell’imperatore Federico II. I passaggi di proprietà del castello attraversano tutto il medioevo e arrivano fino allo spopolamento e alla decadenza che cominciò nel 1438 quando i Salimbeni, importante famiglia senese, decisero di cedere i ruderi del castello, spopolati da quasi un secolo, alla città di Siena. Un altro secolo dopo, Firenze sconfiggerà la repubblica senese consegnando definitivamente all’oblio questo angolo di Maremma.

Da allora, Sassoforte è caduto nel dimenticatoio, lasciato in balia del bosco. Non solo: durante la Seconda guerra Mondiale, alcune pietre del castello, ricavate dalla demolizione di alcune mura, servirono a costruire una postazione antiaerea. Nel 2006 e nel 2008 furono realizzate due campagne di scavo a cui, però, non è seguito un serio progetto di valorizzazione. Anche qui, vale quanto detto per Giugnano: il Masterplan prevedeva una ulteriore campagna di scavo, rinviando ad un momento successivo un piano di valorizzazione che, a novembre 2015, non è ancora stato realizzato. Non solo, l’amministrazione comunale pensa che gli scavi abbiano danneggiato le strutture del Castello. “E’ stata tolta della terra su cui appoggiavano le mura – accusa Emiliano Rabazzi, assessore alla Cultura del Comune di Roccastrada.

Le pareti superstiti, infatti, sono diventate l’habitat perfetto per il muschio. Ovunque alberi e rami secchi caduti. Eppure, alcuni siti Internet consigliano di visitare il castello di Sassoforte proprio in autunno. Tuttavia, quello che le guide non raccontano è che il sentiero non viene tenuto pulito da nessuno e, soprattutto, l’accesso al sito è pericoloso. I sentieri che conducono al piccolo altopiano su cui sorgeva, anticamente, il castello sono ripidi e l’umidità che bagna le pietre su cui ci si dovrebbe appoggiare per arrivare in cima rende il percorso ancora più complicato.

“Sono stato io a scavare il sito di Sassoforte – racconta il Dottor Carlo Citter, archeologo dell’Università di Siena – e da allora non mi stupisce che sia stato abbandonato”. Il sito, secondo l’archeologo grossetano, dovrebbe essere gestito dal Comune. “Io – continua – l’ho ripulito molte volte, ma non posso fare tutto da solo”.

Scendendo verso Sassofortino, c’è un’auto dei Carabinieri di pattuglia. Uno di loro ammette, sconsolato: “Il castello è abbandonato da anni”. Il sito del Comune di Roccastrada è aggiornato al 2006 e, parlando della penultima campagna di scavi, immagina un percorso “attraverso il quale, dalla fase di indagine prima e di consolidamento poi si arriverà alla fruizione consapevole, in sicurezza del sito”.

“La nuova amministrazione [eletta nel 2014, NdA] sembra sensibile al tema dei beni culturali – ammette Carlo Citter – ma in tempi di crisi ci sono altre priorità. In un Paese dove le soprintendenze devono risparmiare persino sull’illuminazione degli uffici, come si può pretendere che la pubblica amministrazione possa occuparsi efficacemente della tutela del patrimonio culturale? Semplicemente, non può”

Montemassi, che farne? In programma una nuova ristrutturazione ma mancano i fondi

Laspetto che ha il castello di Montemassi nell’affresco in cui Guidoriccio da Fogliano lo assedia è molto diverso da quello che ha oggi. La critica ha insistito tantissimo sul fatto che nell’affresco attribuito a Simone Martini fosse raffigurato anche un battifolle, una fortificazione temporanea costruita esattamente per assediare castelli e soffocare rivolte. Nonostante siano passati più di sei secoli dal quel 1328 che sancì per sempre la fine della libertà per questa comunità ostinata e agguerrita, il panorama non mente e chi ha visto, almeno una volta, l’affresco custodito dal Palazzo Pubblico di Siena non può non riconoscere che quel castello diroccato non è un castello qualunque, ma un autentico pezzo di storia.

A confermarlo, la dottoressa Luisa Dallai, archeologa dell’Università di Siena che conosce perfettamente la storia di Montemassi. “Il luogo dove sorge la rocca – racconta – è abitato continuativamente da migliaia di anni, già in periodo etrusco-ellenistico”. Montemassi offre un panorama da capogiro sulla Maremma. Un posto così in alto permetteva di controllare buona parte di quella che oggi è la provincia di Grosseto. “In origine – continua l’archeologa – l’abitato era composto da capanne, o comunque da edifici fatti di materiale deperibile. Infatti, con gli scavi del 2004 abbiamo scoperto una capanna il cui tracciato è stato spezzato dalle fondazioni del castello”.

Secondo Luisa Dallai, a Montemassi tutto quello che c’era da scavare è stato scavato e non c’è più molto da scoprire. Quello che dovrebbe essere fatto, adesso, è passare ad una seria campagna di valorizzazione che metta a sistema le scoperte fatte negli anni per rendere fruibile tutto il patrimonio scoperto negli anni di scavi fatti sul castello. “Tutto – conclude – è stato congelato quando abbiamo pubblicato il Masterplan. Peccato perché il piano di valorizzazione che avevamo studiato era tra i più maturi tra quelli che erano stati previsti”.

Il piano prevedeva che, ai piedi della rocca, dove adesso c’è il bar del paese, venisse istituito un centro di documentazione dedicato al castello e alla sua storia che comprendesse anche una buona parte dei reperti raccolti nelle varie campagne di scavo di Montemassi. Eppure, tutto è fermo da allora. O meglio, il castello è stato ristrutturato tra il 2008 e il 2010 e, anche se le foto dell’intervento non esistono, i testimoni raccontano di un castello ostaggio delle impalcature per un intervento che ha messo in sicurezza una scala e – in teoria – reso fruibile una antica cisterna.

Purtroppo, quell’intervento non è stato seguito da un’opera di valorizzazione. Infatti, adesso il castello è ostaggio di piccioni e altri uccelli che, approfittando della posizione, hanno nidificato proprio sulle sue mura. La situazione è molto grave: ci sono angoli dove il guano è davvero altissimo e, la cosa peggiore, è che nessuno fa niente. In un incontro a margine del consiglio comunale del 23 novembre, il sindaco di Roccastrada, Francesco Limatola ironizza, sostenendo che le foto che gli mostro “potrebbero essere state scattate ovunque”. Purtroppo, però, non è così.

Ad aprile 2015, il quotidiano “La Nazione” riportava un interessamento di Gianna Nannini al restauro di Montemassi, ma i 500mila euro promessi dalla rock-star senese altro non erano che un pesce d’aprile dell’associazione “Roccastradini nel Mondo”. Per ora, il destino del castello sembra destinato a un declino abbastanza infelice, tra erbacce che crescono negli ambienti interni al castello e ponteggi che cercano di proteggere gli scavi fatti negli anni passati.

Anche alcune tesi di laurea si sono occupate del castello di Montemassi. Per esempio, Valeria Ronzini laureata presso l’Università di Firenze, ha immaginato un progetto di recupero che, accanto al museo – previsto anche dal Masterplan – prevedeva una serie di interventi che volevano rendere fruibili alcune parti del castello. Per quanto si tratti solo di una tesi di laurea, è comunque chiaro che, almeno tra gli addetti ai lavori, l’interesse su Montemassi è ancora molto alto.

“Non è un castello come tutti gli altri” dice Luisa Dallai e ha ragione. La Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze, il Comune di Roccastrada e il Parco delle Colline Metallifere hanno firmato una convenzione per progettare un nuovo intervento di recupero e di restauro che dovrebbe trasformare il castello in un polo multifunzionale che permetta anche eventi e concerti di musica classica che l’amministrazione pensa di finanziare attraverso fondi europei. “Speriamo che l’autorevolezza di Parco e Università ci aiutino con i fondi comunitari” dice l’assessore alla Cultura Emiliano Rabazzi. Che sia questa la volta buona per valorizzare un patrimonio inestimabile? Questo territorio lo meriterebbe davvero.

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L'autore

Nato a Massa Marittima nel 1987, ha passato gli ultimi 5 anni tra la Maremma e Milano. Giornalista e appassionato di comunicazione digitale. Blogger dal 2006.

4 pensieri su “Il medioevo in pericolo nella campagna di Roccastrada”

  1. Ho frequentato parecchio la Maremma negli anni ’60 e ’70 e sono stato a Roccastrada e a Montemassi. Sono sensibile al tema, ma cosa possiamo fare?

  2. Buona sintesi della questione e delle prospettive. Purtroppo un neo iniziale: nell’affresco del palazzo pubblico, dietro il Guidoriccio sono rappresentati Montemassi e il battifolle senese per il suo assedio, NON il castello Sassoforte .

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